Tutto inizia da una fine

Pedagogista Clinico

Ho deciso che la prima storia che condivido con te è la prima situazione che seguii in qualità di Pedagogista Clinico. Ho sempre creduto che gli incontri non avvengano a caso, che esista sempre una buona dose di sincronicità. Questo particolarmente all’inizio della carriera, momento in cui hai bisogno di capire tutto ciò che non ti è stato detto durante i tre anni di corso di specializzazione per diventare un Pedagogista Clinico. Grazie a Piero io e lui abbiamo capito il valore del silenzio, del vuoto. Il bello di questa professione, ciò che mi entusiasma è che continuo a crescere grazie alle persone che incontro. Perché nessuno educa nessuno, ma ci si educa assieme.

Piero a quell’epoca (Il 2002) ha 43 anni, io dieci in meno di lui, è un piccolo imprenditore edile del Veneto. Il mercato immobiliare in quel periodo era ancora molto attivo, la crisi era alle porte, però nessuno se ne stava accorgendo. Piero era figlio d’arte di un muratore che aveva fatto tanti sacrifici per far studiare il figlio. Lui era riuscito a prendere il diploma di geometra e da quel momento padre e figlio avevano fondato la società di costruzioni. All’inizio loro due, poi si erano ingranditi. Tre/quattro operai, il camion più grande, il magazzino più grande e così via. Il papà di Piero muore nel 2001, non molto vecchio, ma logorato da un lavoro pesante. Lascia al figlio l’eredità dell’azienda tanto sudata, sicuro che l’avrebbe fatta crescere e preservata. Piero però, pur conoscendo bene il lavoro, inizia a commettere molti errori che lo portano nell’arco di un anno ai limiti del fallimento. Un ingegnere per cui lavora, e mio amico, ci mette in contatto, anche lui è sinceramente preoccupato per questo uomo che vede girare a vuoto e che non riesce a proseguire l’attività lasciata dal padre.

Al primo incontro ero spaventato, eccitato, insicuro e con la voglia di mettere in campo ciò che avevo imparato. Mi ero preparato da due giorni, con tanto di simulate al tavolo con davanti una sedia vuota, che per era già occupata da Piero.

Il mio cliente arrivò puntale, alle 18.30, perché prima doveva lavorare in cantiere e poi passare da casa per lavarsi e sistemarsi. Lo accolsi all’ingresso dello studio di Pedagogista Clinico, e lo feci accomodare nella stanza. Si sedette sulla sedia e mi guardò. Io guardai lui continuando a ripetere nella mia testa la frase: “lascia che sia lui ad iniziare, fai silenzio, il silenzio è un vuoto che il cliente può riempire come crede, se parli tu lui non parlerà”. Era il mio mantra, quello che alla scuola di specializzazione mi aveva consegnato. Io avrei voluto parlare, porre mille domande, ma riuscii a contenermi. Passarono forse uno o due minuti, che a me parsero ore, poi lui iniziò a raccontare di sè. Parlò della sua attività, delle sue difficoltà, di quanto fosse “sconcentrato” sul lavoro e soprattutto impaurito. Mi disse che il padre era per lui un riferimento, e ora quando doveva prendere delle decisioni tentennava, era insicuro e spesso sceglieva a casaccio. Naturalmente le ripercussioni erano disastrose, aveva già perso milioni di lire (ora migliaia di euro) in investimenti sbagliati, in preventivi sottostimati in acquisti inutili. Io “semplicemente” ascoltavo, anche se era uno sforzo disumano. Avrei voluto riempirlo di consigli, di tecniche, di informazioni sul giusto e sullo sbagliato. Alla fine dell’incontro mi stupi dicendo: “grazie, finalmente qualcuno che mi ha ascoltato, tutti mi danno consigli: mia moglie, gli amici, i colleghi, ma io non riesco a seguirli anche se capisco che hanno senso. Questo mi abbatte ancora di più, mi demoralizza.” Proseguimmo nei nostri incontri, in cui lui parlava e io ascoltavo e poi via via ci avvicinammo alle tecniche dialogico corporee. Mi disse che viveva come “scollato” dal proprio corpo. Non percepiva il corpo se non la sera, quando indolenzito per il lavoro nel cantiere, andava a letto e chiudeva gli occhi. Piero ebbe l’opportunità, grazie alle tecniche dialogico corporee, di rimanere in ascolto di se stesso e di vivere il vuoto. Un vuoto che all’inizio ti spaventa, ti sconcerta, ma che poi inizia a donarti idee, sensazioni nuove, certezze.

Piero capii che alla fin fine il suo problema era che non riusciva ad accedere a ciò che già sapeva, al suo patrimonio interiore. Si rese conto che sapeva bene cosa doveva fare e come gestire l’impresa che aveva creato con il padre più di vent’anni prima. Sapeva tutto, ma non si era permesso, non aveva avuto l’occasione di ascoltarsi. Dava retta ai consulenti, agli amici, a tutti fuorché a se stesso, per questo non sceglieva, ma delegava agli altri.

Nei mesi imparò sempre più a fare vuoto, ad avvicinarsi al silenzio, a non avere paura di questa dimensione. Nacque in lui una crescente determinazione, una focalizzazione che fino ad ora aveva delegato al padre. Capii, ma non perché io lo suggerii, ma ascoltandosi, che negli anni aveva lasciato che il padre prendesse le decisioni. Per questo quando lui era venuto a mancare si era trovato in difficoltà. Certo fa comodo che siano gli altri a decidere, a scegliere per noi, però poi non si cresce non si diventa autonomi. Nei mesi Piero raggiunse quell’autonomia di pensiero che permise all’azienda di evitare il fallimento. Non solo, a distanza di anni l’azienda si ingrandì, grazie alla rinnovata energia del titolare. Tre anni dopo arrivò da me un altro imprenditore edile, amico di Piero, anche lui viveva una situazione simile. Piero raccontò della propria esperienza al suo amico e questi venne da dicendo: “voglio anch’io avere tutta l’energia di Piero, la sua determinazione, la sua serenità”. In uno degli ultimi incontri mi disse che stava diventando uomo a 43 anni.

Il nuovo trova spazio se il vecchio si fa da parte, questa è una legge universale. Piero ha potuto iniziare la sua vita da adulto perché ha lasciato andare il padre, e sono sicuro che papà ora è orgoglioso di lui.
 

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